Prima del black out informatico, avevo pubblicato sul vecchio blog un post che ha suscitato qualche indignazione. Non sto a ripercorrere tutta la polemica ma, in sintesi, il discorso era inerente alla solita querelle archeologica sulla mancanza di un riconoscimento professionale della figura dell'archeologo. Quello che in questa sede mi preme esplicitare è che in realtà ho trovato e trovo naturale che fino ad oggi non ci sia stata una regolamentazione in merito e anzi, la troverei innaturale.
Dietro la parola archeologo si nasconde il nulla come il tutto. In questa breve e noiosa analisi, tralasciando le divisioni canoniche tra preistorici, classici, medievisti, orientalisti e varie ed eventuali, e nomnostante tutti questi si reputino archeologi, mi suscita un certo imbarazzo pensare che in realtà esistono tre macrocategorie di archeologi, ovvero quelli universitari (con le varie suddivisioni: preistorici, classici, medievisti, orientalisti e varie ed eventuali) quelli delle soprintendenze (con le varie suddivisioni: preistorici, classici, medievisti, orientalisti e varie ed eventuali) e quelli da lavoro sul campo, da cantiere ( e non parlo di uno scavo di ricerca), in realtà senza sottodivisioni ma con una grande specializzazione applicabile ai diversi contesti in cui si opera, ovvero specialisti di archeologia stratigrafica.
La strada per arrivare a essere archeologi universitari è semplice (si fa per dire): dottorato di ricerca, assegno di ricerca e tanta tanta pazienza (questo percorso vale anche per accedere al concorso)
Per arrivare alle Soprintendenze: dopo la laurea la scuola di specializzazione e poi la speranza di un bel concorso ( ma allora cosa rimane in piedi a fare la scuola di specializzazione se si può accedere solo al concorso e non si può fare carriera universitaria?).
Per l'archeologia da campo e per lavorare con cooperative e ditte: scavare, scavare scavare. (ma non si è degni di fare un concorso pubblico)
Detto questo, come si potrà mai uniformare il tutto? Che pretese hanno alcuni dotti archeologi di arrogarsi il diritto professionale di un titolo.
Dal mio punto di vista è sterile domandarsi chi ha più diritto a lavorare, se un archeologo specializzato (specializzato in un argomento, quello della tesi), o un dottorato (specializzato nella sua ricerca) o un triennalista che ha già lavorato su centinaia di siti e che ha una visione globale del lavoro archeologico?